{"id":882,"date":"2026-05-13T14:57:35","date_gmt":"2026-05-13T14:57:35","guid":{"rendered":"https:\/\/www.igalliganipandolfini.it\/?page_id=882"},"modified":"2026-05-15T10:05:45","modified_gmt":"2026-05-15T10:05:45","slug":"mi-giova","status":"publish","type":"page","link":"https:\/\/www.igalliganipandolfini.it\/?page_id=882","title":{"rendered":"Mi Giova"},"content":{"rendered":"\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">\u201c<strong>MI GIOVA<\/strong>\u201d<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\">Quando Cuono De Losa stabiliva che quella cosa gli fosse utile diceva: Mi giova. <br>Non diceva me la doni, non chiedeva niente e mai, semplicemente la prendeva. L\u2019amica di Cuono, aveva altri codici, e dato che per diversi motivi, passava molte ore, giornate e parte delle serate insieme a Cuono, aveva dovuto, per intendersi, gioco-forza, inventarsi. Per la verit\u00e0 l\u2019invenzione era il suo mestiere avendo fra le mani, nel cuore e a volte in testa, due lavori uno pi\u00f9 fantasioso dell\u2019altro. S\u2019era adeguata cos\u00ec:<br>Lei, quando una cosa giovava la prendeva, con meno semplicit\u00e0, con pi\u00f9 autorizzazione.<br>Stabilite queste regole, procedevano, in un rapporto quotidiano e anche a distanza senza scosse, la partita finiva sempre senza sorprese alla pari. Certo che quando Cuono aveva la peggio da biondo diventava nero, per l\u2019amica di Cuono ci fu solo l\u2019episodio del martelletto, che non volle incassare, perch\u00e9, vero che giovava a Cuono, ma pi\u00f9 di tutte giovava a lei, che ben se l\u2019era portata da lontano. ( estratto dal libro \u201cUna vita non speciale\u201d, episodio del martelletto )<br>L\u2019amica di Cuono per cercare d\u2019allontanare l\u2019arteriosclerosi, che passato la sessantina non avrebbe perdonato proprio lei, era venuta incontro alla sua memoria cancellando, con un colpo di spugna: Numeri e Nomi.<br>Cos\u00ec, quando le chiedevano, da quanto tempo abitava ad Alicudi e da quando aveva comprato la casa rispondeva: <br><br>\u201cConcetta era incinta del primo figlio, ora ne ha tre e il primo &#8230;..ha fatto il militare\u201d<br><br>Veramente era la casa che aveva comprato lei, quella aspettava proprio lei, ma non per sortilegi. Era una casa che faceva paura solo a guardarla, disastrata dal terremoto, ma soprattutto infelice per la solitudine. Le porte erano state scippate. Fu facile scippare tutto il resto. C\u2019erano tante cose che giovavano&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;&#8230;tutto. Peggio del terremoto.<br>Il primo restauro fu amarla, cos\u00ec tanto da promuoverla in creatura. Come l\u2019acqua per una pianta assetata, con le foglie grinzose e chine, Lei, la creatura eresse le sue mure, drizz\u00f2 la balconata di dieci metri, chiuse gli spacchi del tetto, dal tetto scendeva l\u2019acqua piovana nella cisterna, acqua da bere, il tetto dell\u2019abbaino, il pi\u00f9 alto, scendeva una perenne benedizione, sulla casa e sui suoi abitanti, era il tetto restaurato dalla \u201cMamma\u201d la sua eredit\u00e0 a forza di biglietti e bigliettini di denaro nascosti nell\u2019armadio della biancheria e sotto il cuscino della poltrona. Anche il nome serv\u00ec a rianimare la casa. Pi\u00f9 di una casa e meno di un palazzo, ebbe un nome: il \u201cPalazzetto D\u2019Angi\u00f2\u201d.<br>Angi\u00f2 fu il primo abitante (Gi\u00f2 per gli intimi), abitava sempre l\u00ec, perci\u00f2 non arrivava, semplicemente non partiva, n\u00e8 aveva necessit\u00e0 di cibo, n\u00e8 di luce, n\u00e8 di frigorifero era di puro spirito. La sua funzione, oltre alla deliziosa compagnia, era di protezione e di grande architetto restauratore, in quanto, Lui, era assicurato contro ogni calamit\u00e0.<br>Quando all\u2019amica di Cuono chiedevano: <br><br>\u201cNon hai paura ?\u201d<br><br>Gi\u00f2 le sorrideva e le strizzava l\u2019occhio.<br><br>\u201c E di che ? Una volta sola si muore e non necessariamente si deve patire e poi non ci si accorge do morire, come non ci si accorge di nascere&#8230;\u201d<br><br>Il colore ebbe la sua importanza, color\u00f2 di rosso pompeiano tendente all\u2019oltremare tutte le porte e anche il portone esterno. Il palazzetto cominci\u00f2 a ridere e a chiedere una festa, cominci\u00f2 a essere fotografato in esterno ed in interno. Come una diva si mont\u00f2 la testa e decise che i lavori erano finiti. Furono messe in tutte le camere le zanzariere, per i topi, non per le zanzare le materasse di paglia e per chi voleva anche di gomma-piuma, poggiavano su tavole, che poggiavano su altissimi trispidi di ferro, i topi avrebbero dovuto faticare per raggiungere i sogni e il sonno innocente dell\u2019amica di Cuono. Era un\u2019eccezione alla regola del \u201cgiovare\u201d il topo non poteva permettersi di morderle gli orecchi. Per il resto il topo prendeva tutto quello che gli giovava, compreso i fichi d\u2019India crivellati nei vassoi, pur essendo l\u2019isola stracolma di frutti. Poi il topo divent\u00f2 numeroso, non c\u2019era pi\u00f9 a disposizione neppure un fico d\u2019india, riuscivano a bucare per fare uscire l\u2019olio anche le scatolette di tonno, su l\u2019olio le mosche depositavano la larve e i topi mangiavano questi bianchi bocconcini al tonno. In due riprese morirono in undici, furono catturati in una bottiglia d\u2019olio inclinata, i topi non potevano risalire perch\u00e8 scivolavano, erano impauriti e stremati, la bottiglia fu riempita d\u2019acqua e chiusa con il tappo, li guard\u00f2 annaspare finch\u00e8 non morirono, la cosa pi\u00f9 gentile che potesse fare per loro. Prima di allora li aveva sempre salvati portandoli a sperdere nella villa del pi\u00f9 ricco signore vicentino ed erano sempre regolarmente ritornati (erano stati contrassegnati con il colore). Pi\u00f9 gentile ed assolutamente inutile. (Storia del ratto intignato che beveva l\u2019acqua nel secchio&#8230;&#8230;estratto dal libro \u201cUna vita non speciale\u201d )<br><br>Grande come il fronte del palazzetto, una piazzola o meglio uno slargo, e meglio ancora bagghio, qui erano state ricostruite \u201ci pulere\u201d (colonne rigorosamente bianche) e \u201ci bissuoli\u201d (sedili di pietra con appoggio anatomico). La sera Cuono e la sua amica cenavano qui, al lume di petrolio, su di un tavolo che aveva avuto ben altra popolarit\u00e0: Su quelle scale ripide e irregolari era servito, guidato da quattro uomini fra i pi\u00f9 robusti, per accompagnare il defunto di turno all\u2019ultima dimora. Rimaneva poi in custodia alla famiglia dell\u2019ultimo lutto, la quale alla richiesta che quella portantina giovava all\u2019amica di Cuono, si erano precipitati a consegnarla.<br><br>\u201cDOVE LA VUOI ?\u201d<br><br>\u201cNon in casa, fuori fra le pulere\u201d<br><br>L\u2019amica di Cuono aveva due figlie e per loro diventava superstiziosa. Capovolse la portantina, che divenne con quattro mezzi tronchi d\u2019albero per gambe , un importante tavolo da pranzo, fior\u00ec il piano con mattonelle dipinte a mano di S. Stefano di Camastra, quasi un fratino. Si sarebbe facilmente dimenticata la sua originaria funzione, se Cuono, quando era a corto d\u2019argomenti, e professionalmente vestiva i morti, cominciava a ricordare i morti che aveva vestito come li aveva vestiti, che poi i parenti al momento di chiudere la cassa, gli toglievano il vestito buono e anche i calzini \u201cTanto non gli giovavano pi\u00f9\u201d.<br>La sua amica non l\u2019interrompeva, guardava il piano fiorito di fiori di capperi, i piatti saporiti, gli spaghetti col nero di seppia, la seppia tagliata a velo cruda al limone e pepe, non era lontana dal rito greco-meridionale siculo del \u201cRICONSOLO\u201d:<br>Lei l\u2019aveva tradotto in \u201criconsolare\u201d e quale maniera migliore c\u2019era di consolarsi , mangiando i cibi pi\u00f9 gustosi e le leccornie di primizie, che gli amici e i parenti pi\u00f9 lontani, portavano nella casa in lutto dal fuoco spento, i piatti vuoti, cos\u00ec, fra un memento e un lamento strappandosi i capelli e inzuppando il fazzoletto di lacrime (vere) in un dialogo in diretta col caro defunto, riuscivano a inghiottire sollecitate dall\u2019affetto dei vicini \u201cFallo per lui che ti vede\u201d e inghiottendo sentivano sapori che, per rigustarli avrebbero dovuto aspettare un altro morto.<br><br>\u201cSenti Cuono, quando ci sono invitati, non \u00e8 necessario che tu dica che cosa \u00e8 il nostro tavolo\u201d.<br><br>\u201cE perch\u00e8 ? Tutti moriamo, anche domani o prima\u201d.<br><br>L\u2019amica di Cuono non potendo toccarsi i coglioni si toccava il seno e poi aveva deciso che il seno procurava meno guai dei coglioni. Sui cuscini dei bissuoli, fra le pulere, nell\u2019ora del riposo dopo il travaglio della giornata, con il lampadario lungo della via lattea punteggiato da luci di stelle che illuminava a giorno anche i gechi che cominciavano la caccia, si sentiva inchianare nella gola il sapore della vita:<br><br>\u201cQuest\u2019aria mi giova\u201d<br><br>\u201cL\u2019aria ti giova ? e come l\u2019acchiappi ?\u201d rideva anche con le spalle.<br><br>\u201cVedi, a te, ora, giova ridere, al paese mio una cosa giova anche se non si tocca&#8230;..mi giova respirare quest\u2019aria, ti giova ridere, giova quando giova una medicina\u201d.<br><br>\u201cChe curiosi al paese tuo\u201d.<br><br>\u201cCuriosi al paese mio, sono \u201ccristiani\u201d (per distinguerli dai saraceni-mussulmani) che vogliono sapere tutto, anche le cose segrete\u201d.<br><br>\u201cPer me curioso \u00e8 quello che non capisco e anche che non vedo, anche Dio \u00e8 curioso e pure il Diavolo, anche se al Diavolo una volta ci vidi le corna affacciate alla finestra, era propriamente il Diavolo perch\u00e8 quando mi feci il segno della croce, quelle, sparirono col fumo\u201d.<br><br>\u201cNo.No.No Questi discorsi&#8230;..di mattina Cuoniceo piuttosto dimmi, come hai riconosciuto che quella cacata, nel bel mezzo della scalinata, era dei turisti ?\u201d<br><br>\u201cGli arcudari non si portano l\u2019igienica nella sacca e non mangiano ficalindi\u201d<br><br>\u201cSSSSSSSSSS. Silenzio. Ascolta il silenzio, lo sai che una volta dei tecnici hanno misurato l\u2019intensit\u00e0 dei suoni con la conclusione che ad Alicudi il \u201cSilenzio \u00e8 pi\u00f9 assoluto di una \u201ccamera d\u2019audizione\u201d cio\u00e8 una stanza, imbottiti pavimenti e soffitti, dove si sente un respiro.<br><br>Spesso il silenzio faceva trasalire come un boato, poteva essere per l\u2019aria tagliata dalle ali del falco, un pampino secco che batteva alla porta, un passo, una voce, un colpo di tosse, una risata, leggeri tonfi del secchio nella cisterna, i tramestii delle rigovernature dei vicini rimbalzano in impasti sonori. Ma sono voci sfocate: pi\u00f9 che turbare i silenzi, giocano a renderli pi\u00f9 compatti, insinuandovi dentro confuse vibrazioni vitali, lembi di esistenza che rimangono, per\u00f2 senza seguito. Testimoni di questi saporiti soggiorni nella piazzetta, sono le case massacrate dal terremoto, ma pi\u00f9, dal disamore, con i loro ingressi senza porte, occhi ciechi per finestre (obl\u00f2 alti che davano luce a porta chiusa, i vetri, mai esistiti). <br>La casa finita di costruire nel 1911 e firmata A.T. (Angiolo Taranto) Casa d\u2019Autore. Commissionata dal notabile dell\u2019epoca, aveva voluto non una casa colonica: le tre stanze che s\u2019aprivano sull\u2019aria dove si batteva l\u2019orzo e non soggiorni panoramici di turisti. Cos\u00ec nasceva quello che si sarebbe chiamato \u201cIl Palazzetto D\u2019Angi\u00f2\u201d a due piani con una balconata di dieci metri, la prima e quasi unica cos\u00ec alta, i costruttori per mettersi al sicuro abbondarono in fondamenta ed in muri di sostegno, ne guadagn\u00f2 anche la cisterna incredibilmente capace.<br>L\u2019interno della casa \u00e8 di una bellezza assorta, congelata, nobilmente adeguata ai suoi scopi, cesso incluso con la buca a perdita nella sottostante lenza, antichi nutrimenti degli antichi porci (non una mosca), incorniciato da una comoda poltroncina a tronetto barocco composto dalle mattonelle di S. Stefano di Camastra, dipinte . L\u2019itinerario pur essendo prestabilito, gioca in sequenze teatrali, i dialoghi non inutili e sotto controllo, le parti a vanvera e interscambiabili, gli attori due, il terzo di riserva, onnipresente, suoi sono le risate i sospiri, i passi che non lasciano orme, suo il primo boccone di pane appena sfornato da uno dei due forni a cupola, sua la benedizione quando arriva il buio e il silenzio diventa aggressivo. La cucina colore albicocca, il soggiorno bianco con lo zoccolo altissimo colore oltremare, alle pareti spiaccicate le teste dei tori (di legno) arrivate da Vulcano. Un angolo di conversazione, tavolo tondo quattro sedie di cui due rotte, \u00e8 anche pranzo quando il vento fra le pulere \u00e8 troppo forte. Le scale grandi e di legno invitano alla prima camera alcuni mobili gi\u00e0 verdi, il resto compreso le pareti saranno tutte verdi: \u00e8 lo studio, la macchina da scrivere \u00e8 sovrana sul tavolo pi\u00f9 bello. La macchina dell\u2019amica di Cuono, \u00e8 nemica di Cuono, quel ticchettio lo esclude: <br><br>\u201cQuanto dura ?\u201d<br><br>\u201cNon lo so. Penso finch\u00e8 ho idee, non sono una professionista\u201d.<br><br>\u201cE se la macchina si rompe ?\u201d<br><br>\u201cScrivo a mano\u201d.<br><br>\u201cQuanta carta buttata\u201d.<br><br>Anche quando era stato citato da una \u201cfirma\u201d in compagnia di B.Russel un Elogio all\u2019ozio aveva commentato \u201cNe valeva la pena ?\u201d. A questo tavolo, Cuono si sente invitato e ospite e se l\u2019incontro non \u00e8 improvvisato, arriva con giacca (quella da sposo con i cuscini (imbottiture) e senza sacrificio, per lo meno non apparente tiene sotto controllo i suoi orifizi) per non disturbarsi mangiano a distanza. Foglie e trofei di frutta creano uno schermo fra i due. Questa barriera non evita alle lische e alle teste di pesce d\u2019invadere la tovaglia.<br><br>\u201cNon potresti lasciarle nel piatto ?\u201d.<br><br>\u201cE poi le ritrovo quando m\u2019 inzuppo il pane nel sugo\u201d<br><br>Il letto della notte era rosa come la camera, qui tutto vegliava per un sonno sicuro, sentinelle di varia natura ne erano i testimoni attenti, anche di cielo notturno e di mare. Ogni sera diversa. I sogni, brevi e lucidi, pieni di significati (di messaggi). I topi no, anche se piccoli, non avevano il permesso di salire nelle camere la padrona li nutriva come fossero polli, fuori, nell\u2019aria (aia) ciotole con cibo ed acqua. Una volta l\u2019amica di Cuono li aveva visti bere nel secchio sacro della benedetta acqua piovana, e li aveva condannati a morte con un sistema infallibile: una bottiglia dal collo grande, con residui di olio, inclinata e puntellata. Tre al primo colpo, cinque al secondo, poi, il zero, o si erano fatti furbi, o, pi\u00f9 probabile sterminati, infatti il cibo fuori continuava ad accumularsi; anche il grande sorcio, grosso come un gatto, era stato ucciso da tempo e per lo stesso motivo: aveva osato bere l\u2019acqua nel sacro secchio. Caro sorcio, la cosa pi\u00f9 gentile che poteva fare per te l\u2019amica di Cuono, era stato fiocinarti violentemente e ripetutamente (con gli occhi chiusi) dopo tanti inutili tentativi di colpirti a pietrate, colpi che ti avevano lasciato infelice, sia per la sorpresa e per le cosce rotte, orrore. Si alla morte gentile, No alla sofferenza. Patire \u00e8 proibito. Era rimasta con la fiocina infilzata per diverse ore, finch\u00e8 passa Ulrich-Barbarossa : <br><br>\u201cButtala lontano, per piacere\u201d. <br><br>E roteando la coda a girandola, gli rimane la coda in mano e la sorcia sempre l\u00ec nello slargo della Tonna, monumento smontato. La vita e le ore passano cos\u00ec&#8230;&#8230;..intense e rarefatte. Non succede nulla, per\u00f2, che rassomigli a un moto verso l\u2019esterno, a rapporti reali. I moti, i trasferimenti, persino i contatti con la marina e con la posta, si presentano agli occhi di Cuono e della sua amica come avventure laboriose ed incerte, il risultato sempre a sorpresa.<br><br>\u201cVoi con i vostri racconti mi avete disturbato u sonnu, sugnavi tutta notte che la suricia era pi\u00f9 grande della casa vostra e imbeveva l\u2019acqua della terrazza\u201d (Si davano del Tu, del Voi, del Lei, a seconda degli argomenti e per differenziarne i significati).<br><br>\u201cLei l\u2019ha sognata, io l\u2019ho vista, solo che non beveva. Era grande come un monumento di cavallo di bronzo come si vedono in tante piazze delle citt\u00e0 e mi ricordo che ho pensato, bene&#8230;&#8230;&#8230;il topo non \u00e8 certo meno bello del cavallo\u201d.<br><br>\u201cPazza sei\u201d.<br><br>\u201cE invece tu ?\u201d<br><br>Anche quel giorno volgeva al termine in un capolavoro. Alla marina. Le reti a mare giovavano al cane di Ulrich della chiesa. Per portare le reti Cuono aveva indossato il \u201cgessato\u201d che l\u2019industriale vicentino gli aveva regalato, lo metteva sempre quando aveva pesi da portare, per via dei \u201ccuscini\u201d, la imbottiture della giacca gli proteggevano le spalle. Lo accompagnava il cane e la Suamica con i pantaloni da paracadutista e il cappello da aviatore, di pelle, a cuffia con lo sportello per l\u2019orecchio, del tempo in cui l\u2019aeroplano non aveva carrozzeria, una penna di gabbiano e una di corvo completavano la vestizione, alla Suamica occorreva sempre tempo e attenzione per prepararsi. Il cane era il solo ad essere identificato, ed era il solo che poteva identificare Cuono e Suamica e i loro programmi, in queste rare camminate era cos\u00ec felice che buttava in aria ossi di pesce, radici di canna che riprendeva a volo in totale autosufficienza. Fra un osso e l\u2019altro rideva, la felicit\u00e0 scendeva dalla sua bocca in tante goccioline che seminava ansimando, come pregustando un cibo dal sapore intenso, ma non era il suo caso, mai s\u2019era trovato in simili occasioni.<br>E neppure Cuono che cane non era, anche se con il suo cane provvisorio, aveva trovato la propria identit\u00e0. In quel preciso momento stava mangiando le seppioline troppo piccole per rimanere nelle maglie, troppo fragili per rimanere in vita, un po&#8217; barche un po&#8217; bare, l\u2019osso di seppia le galleggiava dondolandole nella risacca. Il multiuso: un bastone con un cappuccio di ferro ad una estremit\u00e0 giovava a Cuono, per smorzare le candele in chiesa, quando faceva il sagrestano, per cogliere fichi d\u2019India e ora per pescare seppioline. Aveva avuto ragione anche questa volta:<br><br>\u201cA cosa ti giova il bastone, per pescare ? Ti porti un peso in pi\u00f9\u201d<br><br>\u201cChisto serve a tutto, \u00e8 la mia terza mano dal braccio lungo\u201d Mangiava anche l\u2019osso della seppia, le sgranocchiava ad una ad una l\u2019inchiostro gli aveva fatto la bocca nera.<br><br>\u201cOra ci vorrebbe un bicchiere di vino\u201d\u201cOra ci vorrebbe il sapone, ma come speri, ammesso che tu lo voglia, che una donna desideri di baciarti ?\u201d<br><br>\u201cDesideriiiiiii ? Alla femmina deve giovare a fare il suo dovere, certo, pure il maschio deve fare il suo dovere, insomma&#8230;.fare l\u2019omo e anche gli deve giovare\u201d<br><br>Suamica era perduta, dagli angoli della bocca di Cuono scendevano gocce nere di seppia, come poteva spiegargli che al paese suo \u201cgiovarsi\u201d voleva dire non avere schifo della saliva bianca o nera che fosse. La sua amica voleva che Cuono si trovasse una compagna, specialmente per i lunghi inverni, quando la notte cominciava alle cinque, impossibile, Cuono suscitava sentimenti oscillanti fra la repulsione e la paura. Della repulsione non era a conoscenza, della paura ne era orgoglioso, quando nell\u2019isola succedeva qualcosa di male o di grave&#8230;&#8230;era Cuono l\u2019incendiario&#8230;.era Cuono l\u2019avvelenatore di cisterne, erano i suoi momenti di gloria e di potere. La paura. La paura aveva unito Cuono e Suamica e senza saperlo avevano stretto una societ\u00e0 tanto segreta quanto misteriosa, fortissima come un esercito armato semplicemente perch\u00e8 non c\u2019era nessun secondo fine e neppure primo: Dovevano imbastire (costruire) la giornata meglio che potevano per arrivare a sera, molto spesso riuscivano a fare dei capolavori, spesso erano duelli esistenzialisti, dai quali ne uscivano sempre alla pari e vincitori e si premiavano con cibo buonissimo a cena sui bissiuoli fra le pulera. Cuono aveva paura di Suamica. Suamica aveva molto pi\u00f9 paura di Cuono. Il paese, dopo aver fatto congetture fra le pi\u00f9 fantasiose, aveva pi\u00f9 paura di tutti. Le due creature erano rispettate per questo: Facevano paura. Quando la creatura Suamica era arrivata nell\u2019isola, non essendo identificabile era stata oggetto (non soggetto) di curiosit\u00e0 con domande sfacciate quanto vaghe:<br><br>\u201cL\u2019amore lo fai ?\u201d<br><br>\u201c+ o -\u201d<br><br>\u201ce t\u2019addiverti da sola ?\u201d<br><br>\u201c+ o -\u201d<br><br>\u201cIl marito lo tieni ?\u201d<br><br>\u201cE\u2019 lontano viene quando pu\u00f2, anche spesso\u201d.<br><br>\u201cNon l\u2019abbiamo mai visto arrivare n\u00e8 con l\u2019aliscafo n\u00e8 con la nave\u201d<br><br>\u201cViene con mezzi suoi\u201d<br><br>Pur insoddisfatti, non insistevano, era un popolo orgoglioso e sapiente quello che non capivano o non esisteva o era inventato lasciando un margine silenzioso al dubbio. Era l\u2019essenza e il sapore della loro vita&#8230;&#8230;.al di l\u00e0 della montagna e del mare tutto era possibile e indifferente. Solo Cuono, quando poi erano soli continuava: <br><br>\u201ce come arriva a piedi ?\u201d<br><br>\u201cCon le ali come i gabbiani, ma, vorrei cambiare discorso\u201d<br><br>\u201cNon hai paura a stare sola ?\u201d<br><br>\u201cDi te ?\u201d oppure \u201cUna volta sola si muore\u201d<br><br>Spavaldava per mascherare la sua fragilit\u00e0 a tutto: ai passi, al buio, ai piccoli rumori e pi\u00f9 di tutto al silenzio, questo galoppava dalla montagna alla marina, investendola insieme con tutta la casa, sordo come si conviene al silenzio. Raggiungeva l\u2019obbiettivo che non era mai lo stesso, a volte poteva essere una fetta bianca di vela in alto mare, quindi come un\u2019 eco ritornava e ti rimaneva addosso anche nella gola, una volta aveva fatto la prova, la voce era smarrita. L\u2019aveva raccontato a Cuono \u201cE\u2019 successo anche a me, un\u2019altra volta prova a cantare\u201d. Cuono aveva spesso ragione, era vero &#8230;&#8230;&#8230;funzionava. Suamica non avrebbe mai saputo che dopo essersi barricata e tanti altri riti per prepararsi a trascorrere la notte, sarebbe morta di paura aveva fatto appena in tempo a percepire che non era poi doloroso (Dal racconto \u201cGiustina\u201d nel libro \u201cI CATTIVI PILOTATI\u201d ), era stato brutto avere paura, non morirne, anzi, era stato indolore insapore incolore. Troppo tardi, il cuore era scoppiato. Solo Cuono sarebbe l\u2019erede di tanti deliziosi ricordi che gli furono di sostegno nel sopportare lo scherno al quale i paesani lo sottoponevano. Una volta scoperto che Suamica era morta di paura, fu facile dedurre che anche Cuoniceo era un bluff, le due creature che erano rispettate perch\u00e8 incutevano timore essendo in odore di magheria, furono oggetto di dispetto, l\u2019una nel ricordo, l\u2019altro nel quotidiano, uno di questi scherzi doveva costare a CUONO i calcagni fracassati e fu fortunato, il programma non arriv\u00f2 al terzo atto. Era ben calcolato, i paesani ormai sapevano che Cuono aveva paura del Diavolo e cos\u00ec, a mezzanotte in punto, un\u2019ombra che faceva petardi e friggeva fili di stelle luminose si present\u00f2 alla sua casa e Cuono fece un balzo di venti metri. Ma questo doveva succedere, per il momento le due creature che mettevano le reti al Perciato, incutevano ancora timore. Timore ed antipatia Cuono l\u2019aveva per l\u2019acqua, quando Suamica diceva:<br><br>\u201cMi faccio un bagno\u201d<br><br>&#8230;&#8230;&#8230; \u201ce ti bagni tutta \u2018\u201c<br><br>Lui era maestro nel mettere le reti, via terra, da una punta all\u2019altra di una insenatura, le reti lo seguivano in processione di pietra in pietra, neppure una goccia di mare lo aveva lambito, asciutte anche le sue scarpe crettate di vernice nera. Naturalmente neppure per sbaglio rimaneva un pesce, Cuono calava le reti di giorno, a sole pieno, le reti azzurrine di nailon riflettevano la loro presenza, anche il pi\u00f9 distratto dei pesci non cadeva nella trappola mortale.<br><br>\u201cChe importa. Calo le reti cos\u00ec il cane fa una girata\u201d<br><br>Il cane era l\u2019unica creatura che gli mostrava affetto e ancora pi\u00f9 stupefacente aveva scoperto in lui la capacit\u00e0 d\u2019amare. Da non credere lui amava: Amava una bestia che non giovava a niente e nessuno. Un cane che non era neanche suo. Scopriva che la compagnia che si scambiavano giovava a tutto e tutti. Questo cane di nome Orso sar\u00e0 ucciso perch\u00e8 aveva mangiato un pulcino. Vivendo con la bestia era diventato pi\u00f9 cristiano, la compagnia del cane gli giovava pi\u00f9 del gatto che mangiava topi, pi\u00f9 della carne di vitello, pi\u00f9 del coscio d\u2019agnello, pi\u00f9 delle uova della gallina, pi\u00f9 del latte della mucca, la compagnia non aveva fine, appena apriva gli occhi, incontrava gli occhi del cane che lo interrogavano cercando di indovinare di che programma avrebbero rivestito la giornata, che poi era sempre lo stesso, la visita a Suamica, una visita che cominciava all\u2019alba e finiva un\u2019ora dopo il tramonto, prima che venisse la notte. Strada facendo Cuono cercava, raccoglieva, trovava regali e sorprese per Suamica.<br>Per questa Suamica, travagliava forse di pi\u00f9 di quando aveva la mucca, come prima colazione mangiava anche due chili di fichi d\u2019India e non essendo mucca li gradiva sbucciati, freschi, appena colti, e, non essendo mucca le scocche pi\u00f9 belle le infilzava nei chiodi alle pareti e Cuono bont\u00e0 sua ne raccoglieva di nuovo, ormai aveva imparato a sue spese, non un dito era stato risparmiato dagli aghi invisibili, quali Suamica mangiava e quali appendeva e ancora non aveva deciso se preferiva sentirsi dire&#8230;..BUONIIIIII, o, BELLIIIIIII. Era anche confuso al paese suo, bello, voleva dire buono. E non essendo mucca Suamica, infine, non era riuscita a produrre neppure un litro di latte per la picciridda nigra che scottava come piombo fuso e odorava di zolfo, anzi, non aveva voluto allattarla abbandonandola nelle sue braccia: <br><br>\u201cTu Cuono le farai da balia, il latte non ti manca\u201d <br><br>Il latte era quello della mucca zoppa, zoppicava per una corda che aveva inciso ad anello la zampa incorporandola nella viva carne, un programma preciso di Cuono, con questo, chiamandolo sistema, poteva dominare ed essere rispettato da quella bestia che pativa temendolo, altrimenti sarebbe stato incornato e ucciso da una sola cornata, la mucca che covava odio e vendetta verso il suo padrone era furiosa come un toro. Invece si lasciava mungere. Cuono era un sapiente, ovvero sapeva e ci\u00f2 che non sapeva l\u2019indovinava, mai chiedeva spiegazioni o faceva domande, ignorava IL PUNTO INTERROGATIVO con due sole eccezioni : o per \u201cironia\u201d o per \u201csorpresa\u201d. Conosceva invece e perfettamente IL PUNTO ESCLAMATIVO, con questo punto chiudeva le ghirlande dei suoi discorsi, brevi o lunghi che fossero&#8230;..<br><br>\u201cQuale \u00e8 il tuo nome ?\u201d<br><br>\u201cCUONO DE LOSA ! ma, non mi chiamare !\u201d<br><br>Non era neanche necessario chiamarlo, gironzolava sempre a qualche metro di distanza e come abbiamo detto indovinava, cos\u00ec precedeva i tuoi desideri, le tue necessit\u00e0, e se si divertiva li eseguiva pi\u00f9 veloce dei tuoi stessi pensieri. Il ritorno dalla marina non aveva varianti, la pesca miracolosa consisteva nel ripescare le reti che non si fossero incocciate nelle pietre, a volte c\u2019erano squarci irrimediabili, si, perch\u00e8 n\u00e8 Cuono n\u00e8 Suamica sapevano rifare la maglia, ricucivano con frinzelli che persino le cecoline vedevano a distanza.<br>Anche quel giorno la pesca era stata magra, di grasso solo le piccole seppie trovate per caso, ma Cuono e Suamica erano soddisfatti, come il solito, avevano pescato molto di pi\u00f9 che pesci, qualcosa che sarebbe durato molto, molto di pi\u00f9 di un pasto e giorni, la digestione.<\/p>\n\n\n\n<p class=\"wp-block-paragraph\"><\/p>\n","protected":false},"excerpt":{"rendered":"<p>\u201cMI GIOVA\u201d Quando Cuono De Losa stabiliva che quella cosa gli fosse utile diceva: Mi giova. 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