Per la morte di Isabella Galligani
Il Galletto Metropolitano di Radio Mugello, articolo del 7 agosto 2004
“Qualche giorno fa è morta a Vicchio, dove da qualche anno viveva, Isabella Galligani Pandolfini, artista. Aveva da poco festeggiato gli ottant’anni con amici e parenti.
Nata a Pescia aveva studiato con Ottone Rosai e Ugo Capocchini all’Accademia di belle Arti. Attivissima dal dopoguerra sulla scena artistica italiana con numerose mostre
personali e collettive, di lei hanno parlato Buzzati, Calvesi, Ceccato. Nelle collettive le sue opere erano accanto a quelle di Annigoni, Guttuso, Cascella, Rapisardi. Non la
conoscevo, l’avevo qualche volta intravista. A Vicchio aveva fondato una la Scuola di Belle Arti presso la Villa di Poggio a Sieve. Nel settembre scorso aveva tenuto una Mostra con gli artisti della Scuola dal titolo “I Martiri. Dai Santini ai Santi”. Fra i Santi, Ulisse – tutti noi “martire del quotidiano benessere” attirato/i dalle sirene della modernità. Sempre presente nelle occasioni pittoriche paesane, sempre accompagnata dal suo pupillo, dal suo allievo preferito, Mater.
Non la conoscevo, ma di lei mi son piaciuti subito gli sguardi acuti, le rare penetranti frasi. La ricordo frizzante e caustica, allegra e preoccupata, alla Casa di Giotto il giorno in cui furono presentate le opere che fanno parte del percorso artistico “Dalle Terre di Giotto”.
Scoppiò quel giorno il caso Mater/ Mamma dei Gatti. Lei si divideva fra la gioia per lo scandalo (arte e scandalo vanno spesso a braccetto) e la preoccupazione per l’amarezza dell’amato Mater, per l’amarezza dell’esclusione, del rifiuto.
Abito bianco, cappellone bianco: così si fece fotografare quel giorno a ridosso del muro del vecchio forno di Pontecellatico, tornato brutto e vuoto senza “la Mamma”.
“Isabella mi ha dato coraggio, tanto coraggio. Mi ha incitato, confortato. Era una donna viva, piena di progetti, fino alla fine. L’ultimo era il sogno di progettare per intero una città, dalle suppellettili degli appartamenti alle strade”. E’ il ricordo di Mater, Stefano Materassi, il giovane pittore vicchiese. Visitò con lui la casa-museo-studio-rifugio-scuola di Isabella, sopra Pontavvicchio. Un ambiente particolare, ricavato da una stalla, zeppo di opere, manichini, Barbie, vecchie sedie da barbiere, libri. In penombra, le pareti dei colori preferiti, celeste, verde, i mozziconi delle sigarette ancora nei portacenere. Qualche giorno prima della morte, saltando (casualmente?) l’ordine che si era data, aveva fatto tirar fuori da un coacervo di tavole quella che doveva essere la sua ultima: una vecchia con bastone, di abito bianco su sfondo celeste; che ora sta lì, appena abbozzata. Anni fa aveva accompagnato un’opera simbolo della sua scuola, “Occhi come foglie”, con una poesia che parlava della sua morte e della sua vita: “Quando morirò non chiudetemi gli occhi. E’ con gli occhi che ho vissuto, capito, imparato. Voglio vedere lo sguardo di chi verrà fra il pianto dell’ultimo commiato. E ora che faremo? Calma, tranquilli! Il tappo è sturato, è un sorriso che incontrate congelato, in allegria a perdere. Mi sono divertita molto, ho scritto e dipinto tutto giocando a nascondino, buon giorno ogni giorno.” Così è stato. E così dovrebbe essere.” Bruno Confortini
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