Mood Gallery, Corso Monforte 23, Milano, 1975

Isabella Galligani Pandolfini non è un ospite comodo per i galleristi ed i, collezionisti. Questi si attendono « la doppia firma »: nome e cognome e che ,l’opera attesti da sé anche all’occhio sprovveduto la sua provenienza di autore. Per lo più l’autore ha accettato o se ne è fatta la giustificazione. L’oggetto raffigurato è sempre della stessa famiglia, o il materiale è frutto di scelta originale e non cambia, o il cosiddetto informale, astratto, etc. ha trovato il suo segno e la sua combinatoria, una specie di marchio; guai a mutarli.
Questa volta il pittore rifiuta, pur sapendo quanto gli è costato e potrebbe continuare a costargli la mancanza del modulo, della formula,
della ricetta, o ,dell’avallo materico. Peggio per lei!
Galligani ricorda, e forse non solo per questo, un letterato come Ramon Gornez de la Serna. Sceglieva i seni, e giù le cento considerazioni sul seno; sceglieva il circo, e giù le cento considerazioni sul circo. Il tema irrompe, si espande e si dissolve. Ricordo la serie delle due figure umane che si contrappongono e si riflettono; variazioni di ciò che non si può fare da soli e la compagnia non risolve. La serie dei cacciatori ,cattivi, anzi del cacciatore cattivo, perché proprio lui, era stato colto sul fatto nelle Cinque Terre. Ricordo la serie degli ex voto e di tutti i << ciò che avrebbe potuto essere >), una fantasia schiacciata sulla terra.
Si direbbe che nel pittore una prima idea metta radici fisiche e psichiche ed allora, di variazione in variazione, ramifichi sino al completo sviluppo.
In omaggio alla « vita parallela >>, accosterei quei seni serniani ai nudi galliganiani di questa mostra. Situazioni altrettanto asettiche. Il volume di Ramon Gomez può venire letto da qualsiasi persona; come questi nudi possono venire visti da qualsiasi persona. O meglio, da qualsiasi, persona sia accompagnata da humor (o tristezza? o problemi, ‘anzi il problema, irrisolti?). Non c’è aderenza, ma piuttosto tensione di scambio.
Questo, anche se la partecipazione ritmica è facile, grazie al segno sempre pulito, il respiro largo, gli incroci ed i richiami per le soste dell’attenzione precisi, incisivi. Ma, appunto, la mimèsi psichica e fisica forse riesce difficile. Nei quadri di Isabella c’è il tempo per pensare. Per sopraffare no. Di ogni fragilità bisognerebbe presto ricredersi.
Questo è il ,sintomo che lega intera l’opera di Isabella Galligani. Se essa sia ,costituita più da cose svelate o da cose taciute, non so; come non so se i titoli siano apposti per l’autore o per lo spettatore. Certo fanno spettacolo: c’è un nudo che si spoglia, ma qui c’è anche un nudo che si veste, da gatto, da ranocchia, da cane.
E’ la seconda o terza volta che m’accade di occuparmi di questo pittore, in quel semimestiere di presentatore di artisti che accompagna gli studi condotti sul cervello e sul cuore degli uomini. Anche se non so bene quali ,loro risultati più mi sollecitano, ogni volta m’accorgo di aver dell’altro da dire: buon segno per lei, ed anche per me.
Silvio Ceccato
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