“MI GIOVA”

Quando Cuono De Losa stabiliva che quella cosa gli fosse utile diceva: Mi giova.
Non diceva me la doni, non chiedeva niente e mai, semplicemente la prendeva. L’amica di Cuono, aveva altri codici, e dato che per diversi motivi, passava molte ore, giornate e parte delle serate insieme a Cuono, aveva dovuto, per intendersi, gioco-forza, inventarsi. Per la verità l’invenzione era il suo mestiere avendo fra le mani, nel cuore e a volte in testa, due lavori uno più fantasioso dell’altro. S’era adeguata così:
Lei, quando una cosa giovava la prendeva, con meno semplicità, con più autorizzazione.
Stabilite queste regole, procedevano, in un rapporto quotidiano e anche a distanza senza scosse, la partita finiva sempre senza sorprese alla pari. Certo che quando Cuono aveva la peggio da biondo diventava nero, per l’amica di Cuono ci fu solo l’episodio del martelletto, che non volle incassare, perché, vero che giovava a Cuono, ma più di tutte giovava a lei, che ben se l’era portata da lontano. ( estratto dal libro “Una vita non speciale”, episodio del martelletto )
L’amica di Cuono per cercare d’allontanare l’arteriosclerosi, che passato la sessantina non avrebbe perdonato proprio lei, era venuta incontro alla sua memoria cancellando, con un colpo di spugna: Numeri e Nomi.
Così, quando le chiedevano, da quanto tempo abitava ad Alicudi e da quando aveva comprato la casa rispondeva:

“Concetta era incinta del primo figlio, ora ne ha tre e il primo …..ha fatto il militare”

Veramente era la casa che aveva comprato lei, quella aspettava proprio lei, ma non per sortilegi. Era una casa che faceva paura solo a guardarla, disastrata dal terremoto, ma soprattutto infelice per la solitudine. Le porte erano state scippate. Fu facile scippare tutto il resto. C’erano tante cose che giovavano……………tutto. Peggio del terremoto.
Il primo restauro fu amarla, così tanto da promuoverla in creatura. Come l’acqua per una pianta assetata, con le foglie grinzose e chine, Lei, la creatura eresse le sue mure, drizzò la balconata di dieci metri, chiuse gli spacchi del tetto, dal tetto scendeva l’acqua piovana nella cisterna, acqua da bere, il tetto dell’abbaino, il più alto, scendeva una perenne benedizione, sulla casa e sui suoi abitanti, era il tetto restaurato dalla “Mamma” la sua eredità a forza di biglietti e bigliettini di denaro nascosti nell’armadio della biancheria e sotto il cuscino della poltrona. Anche il nome servì a rianimare la casa. Più di una casa e meno di un palazzo, ebbe un nome: il “Palazzetto D’Angiò”.
Angiò fu il primo abitante (Giò per gli intimi), abitava sempre lì, perciò non arrivava, semplicemente non partiva, nè aveva necessità di cibo, nè di luce, nè di frigorifero era di puro spirito. La sua funzione, oltre alla deliziosa compagnia, era di protezione e di grande architetto restauratore, in quanto, Lui, era assicurato contro ogni calamità.
Quando all’amica di Cuono chiedevano:

“Non hai paura ?”

Giò le sorrideva e le strizzava l’occhio.

“ E di che ? Una volta sola si muore e non necessariamente si deve patire e poi non ci si accorge do morire, come non ci si accorge di nascere…”

Il colore ebbe la sua importanza, colorò di rosso pompeiano tendente all’oltremare tutte le porte e anche il portone esterno. Il palazzetto cominciò a ridere e a chiedere una festa, cominciò a essere fotografato in esterno ed in interno. Come una diva si montò la testa e decise che i lavori erano finiti. Furono messe in tutte le camere le zanzariere, per i topi, non per le zanzare le materasse di paglia e per chi voleva anche di gomma-piuma, poggiavano su tavole, che poggiavano su altissimi trispidi di ferro, i topi avrebbero dovuto faticare per raggiungere i sogni e il sonno innocente dell’amica di Cuono. Era un’eccezione alla regola del “giovare” il topo non poteva permettersi di morderle gli orecchi. Per il resto il topo prendeva tutto quello che gli giovava, compreso i fichi d’India crivellati nei vassoi, pur essendo l’isola stracolma di frutti. Poi il topo diventò numeroso, non c’era più a disposizione neppure un fico d’india, riuscivano a bucare per fare uscire l’olio anche le scatolette di tonno, su l’olio le mosche depositavano la larve e i topi mangiavano questi bianchi bocconcini al tonno. In due riprese morirono in undici, furono catturati in una bottiglia d’olio inclinata, i topi non potevano risalire perchè scivolavano, erano impauriti e stremati, la bottiglia fu riempita d’acqua e chiusa con il tappo, li guardò annaspare finchè non morirono, la cosa più gentile che potesse fare per loro. Prima di allora li aveva sempre salvati portandoli a sperdere nella villa del più ricco signore vicentino ed erano sempre regolarmente ritornati (erano stati contrassegnati con il colore). Più gentile ed assolutamente inutile. (Storia del ratto intignato che beveva l’acqua nel secchio……estratto dal libro “Una vita non speciale” )

Grande come il fronte del palazzetto, una piazzola o meglio uno slargo, e meglio ancora bagghio, qui erano state ricostruite “i pulere” (colonne rigorosamente bianche) e “i bissuoli” (sedili di pietra con appoggio anatomico). La sera Cuono e la sua amica cenavano qui, al lume di petrolio, su di un tavolo che aveva avuto ben altra popolarità: Su quelle scale ripide e irregolari era servito, guidato da quattro uomini fra i più robusti, per accompagnare il defunto di turno all’ultima dimora. Rimaneva poi in custodia alla famiglia dell’ultimo lutto, la quale alla richiesta che quella portantina giovava all’amica di Cuono, si erano precipitati a consegnarla.

“DOVE LA VUOI ?”

“Non in casa, fuori fra le pulere”

L’amica di Cuono aveva due figlie e per loro diventava superstiziosa. Capovolse la portantina, che divenne con quattro mezzi tronchi d’albero per gambe , un importante tavolo da pranzo, fiorì il piano con mattonelle dipinte a mano di S. Stefano di Camastra, quasi un fratino. Si sarebbe facilmente dimenticata la sua originaria funzione, se Cuono, quando era a corto d’argomenti, e professionalmente vestiva i morti, cominciava a ricordare i morti che aveva vestito come li aveva vestiti, che poi i parenti al momento di chiudere la cassa, gli toglievano il vestito buono e anche i calzini “Tanto non gli giovavano più”.
La sua amica non l’interrompeva, guardava il piano fiorito di fiori di capperi, i piatti saporiti, gli spaghetti col nero di seppia, la seppia tagliata a velo cruda al limone e pepe, non era lontana dal rito greco-meridionale siculo del “RICONSOLO”:
Lei l’aveva tradotto in “riconsolare” e quale maniera migliore c’era di consolarsi , mangiando i cibi più gustosi e le leccornie di primizie, che gli amici e i parenti più lontani, portavano nella casa in lutto dal fuoco spento, i piatti vuoti, così, fra un memento e un lamento strappandosi i capelli e inzuppando il fazzoletto di lacrime (vere) in un dialogo in diretta col caro defunto, riuscivano a inghiottire sollecitate dall’affetto dei vicini “Fallo per lui che ti vede” e inghiottendo sentivano sapori che, per rigustarli avrebbero dovuto aspettare un altro morto.

“Senti Cuono, quando ci sono invitati, non è necessario che tu dica che cosa è il nostro tavolo”.

“E perchè ? Tutti moriamo, anche domani o prima”.

L’amica di Cuono non potendo toccarsi i coglioni si toccava il seno e poi aveva deciso che il seno procurava meno guai dei coglioni. Sui cuscini dei bissuoli, fra le pulere, nell’ora del riposo dopo il travaglio della giornata, con il lampadario lungo della via lattea punteggiato da luci di stelle che illuminava a giorno anche i gechi che cominciavano la caccia, si sentiva inchianare nella gola il sapore della vita:

“Quest’aria mi giova”

“L’aria ti giova ? e come l’acchiappi ?” rideva anche con le spalle.

“Vedi, a te, ora, giova ridere, al paese mio una cosa giova anche se non si tocca…..mi giova respirare quest’aria, ti giova ridere, giova quando giova una medicina”.

“Che curiosi al paese tuo”.

“Curiosi al paese mio, sono “cristiani” (per distinguerli dai saraceni-mussulmani) che vogliono sapere tutto, anche le cose segrete”.

“Per me curioso è quello che non capisco e anche che non vedo, anche Dio è curioso e pure il Diavolo, anche se al Diavolo una volta ci vidi le corna affacciate alla finestra, era propriamente il Diavolo perchè quando mi feci il segno della croce, quelle, sparirono col fumo”.

“No.No.No Questi discorsi…..di mattina Cuoniceo piuttosto dimmi, come hai riconosciuto che quella cacata, nel bel mezzo della scalinata, era dei turisti ?”

“Gli arcudari non si portano l’igienica nella sacca e non mangiano ficalindi”

“SSSSSSSSSS. Silenzio. Ascolta il silenzio, lo sai che una volta dei tecnici hanno misurato l’intensità dei suoni con la conclusione che ad Alicudi il “Silenzio è più assoluto di una “camera d’audizione” cioè una stanza, imbottiti pavimenti e soffitti, dove si sente un respiro.

Spesso il silenzio faceva trasalire come un boato, poteva essere per l’aria tagliata dalle ali del falco, un pampino secco che batteva alla porta, un passo, una voce, un colpo di tosse, una risata, leggeri tonfi del secchio nella cisterna, i tramestii delle rigovernature dei vicini rimbalzano in impasti sonori. Ma sono voci sfocate: più che turbare i silenzi, giocano a renderli più compatti, insinuandovi dentro confuse vibrazioni vitali, lembi di esistenza che rimangono, però senza seguito. Testimoni di questi saporiti soggiorni nella piazzetta, sono le case massacrate dal terremoto, ma più, dal disamore, con i loro ingressi senza porte, occhi ciechi per finestre (oblò alti che davano luce a porta chiusa, i vetri, mai esistiti).
La casa finita di costruire nel 1911 e firmata A.T. (Angiolo Taranto) Casa d’Autore. Commissionata dal notabile dell’epoca, aveva voluto non una casa colonica: le tre stanze che s’aprivano sull’aria dove si batteva l’orzo e non soggiorni panoramici di turisti. Così nasceva quello che si sarebbe chiamato “Il Palazzetto D’Angiò” a due piani con una balconata di dieci metri, la prima e quasi unica così alta, i costruttori per mettersi al sicuro abbondarono in fondamenta ed in muri di sostegno, ne guadagnò anche la cisterna incredibilmente capace.
L’interno della casa è di una bellezza assorta, congelata, nobilmente adeguata ai suoi scopi, cesso incluso con la buca a perdita nella sottostante lenza, antichi nutrimenti degli antichi porci (non una mosca), incorniciato da una comoda poltroncina a tronetto barocco composto dalle mattonelle di S. Stefano di Camastra, dipinte . L’itinerario pur essendo prestabilito, gioca in sequenze teatrali, i dialoghi non inutili e sotto controllo, le parti a vanvera e interscambiabili, gli attori due, il terzo di riserva, onnipresente, suoi sono le risate i sospiri, i passi che non lasciano orme, suo il primo boccone di pane appena sfornato da uno dei due forni a cupola, sua la benedizione quando arriva il buio e il silenzio diventa aggressivo. La cucina colore albicocca, il soggiorno bianco con lo zoccolo altissimo colore oltremare, alle pareti spiaccicate le teste dei tori (di legno) arrivate da Vulcano. Un angolo di conversazione, tavolo tondo quattro sedie di cui due rotte, è anche pranzo quando il vento fra le pulere è troppo forte. Le scale grandi e di legno invitano alla prima camera alcuni mobili già verdi, il resto compreso le pareti saranno tutte verdi: è lo studio, la macchina da scrivere è sovrana sul tavolo più bello. La macchina dell’amica di Cuono, è nemica di Cuono, quel ticchettio lo esclude:

“Quanto dura ?”

“Non lo so. Penso finchè ho idee, non sono una professionista”.

“E se la macchina si rompe ?”

“Scrivo a mano”.

“Quanta carta buttata”.

Anche quando era stato citato da una “firma” in compagnia di B.Russel un Elogio all’ozio aveva commentato “Ne valeva la pena ?”. A questo tavolo, Cuono si sente invitato e ospite e se l’incontro non è improvvisato, arriva con giacca (quella da sposo con i cuscini (imbottiture) e senza sacrificio, per lo meno non apparente tiene sotto controllo i suoi orifizi) per non disturbarsi mangiano a distanza. Foglie e trofei di frutta creano uno schermo fra i due. Questa barriera non evita alle lische e alle teste di pesce d’invadere la tovaglia.

“Non potresti lasciarle nel piatto ?”.

“E poi le ritrovo quando m’ inzuppo il pane nel sugo”

Il letto della notte era rosa come la camera, qui tutto vegliava per un sonno sicuro, sentinelle di varia natura ne erano i testimoni attenti, anche di cielo notturno e di mare. Ogni sera diversa. I sogni, brevi e lucidi, pieni di significati (di messaggi). I topi no, anche se piccoli, non avevano il permesso di salire nelle camere la padrona li nutriva come fossero polli, fuori, nell’aria (aia) ciotole con cibo ed acqua. Una volta l’amica di Cuono li aveva visti bere nel secchio sacro della benedetta acqua piovana, e li aveva condannati a morte con un sistema infallibile: una bottiglia dal collo grande, con residui di olio, inclinata e puntellata. Tre al primo colpo, cinque al secondo, poi, il zero, o si erano fatti furbi, o, più probabile sterminati, infatti il cibo fuori continuava ad accumularsi; anche il grande sorcio, grosso come un gatto, era stato ucciso da tempo e per lo stesso motivo: aveva osato bere l’acqua nel sacro secchio. Caro sorcio, la cosa più gentile che poteva fare per te l’amica di Cuono, era stato fiocinarti violentemente e ripetutamente (con gli occhi chiusi) dopo tanti inutili tentativi di colpirti a pietrate, colpi che ti avevano lasciato infelice, sia per la sorpresa e per le cosce rotte, orrore. Si alla morte gentile, No alla sofferenza. Patire è proibito. Era rimasta con la fiocina infilzata per diverse ore, finchè passa Ulrich-Barbarossa :

“Buttala lontano, per piacere”.

E roteando la coda a girandola, gli rimane la coda in mano e la sorcia sempre lì nello slargo della Tonna, monumento smontato. La vita e le ore passano così……..intense e rarefatte. Non succede nulla, però, che rassomigli a un moto verso l’esterno, a rapporti reali. I moti, i trasferimenti, persino i contatti con la marina e con la posta, si presentano agli occhi di Cuono e della sua amica come avventure laboriose ed incerte, il risultato sempre a sorpresa.

“Voi con i vostri racconti mi avete disturbato u sonnu, sugnavi tutta notte che la suricia era più grande della casa vostra e imbeveva l’acqua della terrazza” (Si davano del Tu, del Voi, del Lei, a seconda degli argomenti e per differenziarne i significati).

“Lei l’ha sognata, io l’ho vista, solo che non beveva. Era grande come un monumento di cavallo di bronzo come si vedono in tante piazze delle città e mi ricordo che ho pensato, bene………il topo non è certo meno bello del cavallo”.

“Pazza sei”.

“E invece tu ?”

Anche quel giorno volgeva al termine in un capolavoro. Alla marina. Le reti a mare giovavano al cane di Ulrich della chiesa. Per portare le reti Cuono aveva indossato il “gessato” che l’industriale vicentino gli aveva regalato, lo metteva sempre quando aveva pesi da portare, per via dei “cuscini”, la imbottiture della giacca gli proteggevano le spalle. Lo accompagnava il cane e la Suamica con i pantaloni da paracadutista e il cappello da aviatore, di pelle, a cuffia con lo sportello per l’orecchio, del tempo in cui l’aeroplano non aveva carrozzeria, una penna di gabbiano e una di corvo completavano la vestizione, alla Suamica occorreva sempre tempo e attenzione per prepararsi. Il cane era il solo ad essere identificato, ed era il solo che poteva identificare Cuono e Suamica e i loro programmi, in queste rare camminate era così felice che buttava in aria ossi di pesce, radici di canna che riprendeva a volo in totale autosufficienza. Fra un osso e l’altro rideva, la felicità scendeva dalla sua bocca in tante goccioline che seminava ansimando, come pregustando un cibo dal sapore intenso, ma non era il suo caso, mai s’era trovato in simili occasioni.
E neppure Cuono che cane non era, anche se con il suo cane provvisorio, aveva trovato la propria identità. In quel preciso momento stava mangiando le seppioline troppo piccole per rimanere nelle maglie, troppo fragili per rimanere in vita, un po’ barche un po’ bare, l’osso di seppia le galleggiava dondolandole nella risacca. Il multiuso: un bastone con un cappuccio di ferro ad una estremità giovava a Cuono, per smorzare le candele in chiesa, quando faceva il sagrestano, per cogliere fichi d’India e ora per pescare seppioline. Aveva avuto ragione anche questa volta:

“A cosa ti giova il bastone, per pescare ? Ti porti un peso in più”

“Chisto serve a tutto, è la mia terza mano dal braccio lungo” Mangiava anche l’osso della seppia, le sgranocchiava ad una ad una l’inchiostro gli aveva fatto la bocca nera.

“Ora ci vorrebbe un bicchiere di vino”“Ora ci vorrebbe il sapone, ma come speri, ammesso che tu lo voglia, che una donna desideri di baciarti ?”

“Desideriiiiiii ? Alla femmina deve giovare a fare il suo dovere, certo, pure il maschio deve fare il suo dovere, insomma….fare l’omo e anche gli deve giovare”

Suamica era perduta, dagli angoli della bocca di Cuono scendevano gocce nere di seppia, come poteva spiegargli che al paese suo “giovarsi” voleva dire non avere schifo della saliva bianca o nera che fosse. La sua amica voleva che Cuono si trovasse una compagna, specialmente per i lunghi inverni, quando la notte cominciava alle cinque, impossibile, Cuono suscitava sentimenti oscillanti fra la repulsione e la paura. Della repulsione non era a conoscenza, della paura ne era orgoglioso, quando nell’isola succedeva qualcosa di male o di grave……era Cuono l’incendiario….era Cuono l’avvelenatore di cisterne, erano i suoi momenti di gloria e di potere. La paura. La paura aveva unito Cuono e Suamica e senza saperlo avevano stretto una società tanto segreta quanto misteriosa, fortissima come un esercito armato semplicemente perchè non c’era nessun secondo fine e neppure primo: Dovevano imbastire (costruire) la giornata meglio che potevano per arrivare a sera, molto spesso riuscivano a fare dei capolavori, spesso erano duelli esistenzialisti, dai quali ne uscivano sempre alla pari e vincitori e si premiavano con cibo buonissimo a cena sui bissiuoli fra le pulera. Cuono aveva paura di Suamica. Suamica aveva molto più paura di Cuono. Il paese, dopo aver fatto congetture fra le più fantasiose, aveva più paura di tutti. Le due creature erano rispettate per questo: Facevano paura. Quando la creatura Suamica era arrivata nell’isola, non essendo identificabile era stata oggetto (non soggetto) di curiosità con domande sfacciate quanto vaghe:

“L’amore lo fai ?”

“+ o -”

“e t’addiverti da sola ?”

“+ o -”

“Il marito lo tieni ?”

“E’ lontano viene quando può, anche spesso”.

“Non l’abbiamo mai visto arrivare nè con l’aliscafo nè con la nave”

“Viene con mezzi suoi”

Pur insoddisfatti, non insistevano, era un popolo orgoglioso e sapiente quello che non capivano o non esisteva o era inventato lasciando un margine silenzioso al dubbio. Era l’essenza e il sapore della loro vita…….al di là della montagna e del mare tutto era possibile e indifferente. Solo Cuono, quando poi erano soli continuava:

“e come arriva a piedi ?”

“Con le ali come i gabbiani, ma, vorrei cambiare discorso”

“Non hai paura a stare sola ?”

“Di te ?” oppure “Una volta sola si muore”

Spavaldava per mascherare la sua fragilità a tutto: ai passi, al buio, ai piccoli rumori e più di tutto al silenzio, questo galoppava dalla montagna alla marina, investendola insieme con tutta la casa, sordo come si conviene al silenzio. Raggiungeva l’obbiettivo che non era mai lo stesso, a volte poteva essere una fetta bianca di vela in alto mare, quindi come un’ eco ritornava e ti rimaneva addosso anche nella gola, una volta aveva fatto la prova, la voce era smarrita. L’aveva raccontato a Cuono “E’ successo anche a me, un’altra volta prova a cantare”. Cuono aveva spesso ragione, era vero ………funzionava. Suamica non avrebbe mai saputo che dopo essersi barricata e tanti altri riti per prepararsi a trascorrere la notte, sarebbe morta di paura aveva fatto appena in tempo a percepire che non era poi doloroso (Dal racconto “Giustina” nel libro “I CATTIVI PILOTATI” ), era stato brutto avere paura, non morirne, anzi, era stato indolore insapore incolore. Troppo tardi, il cuore era scoppiato. Solo Cuono sarebbe l’erede di tanti deliziosi ricordi che gli furono di sostegno nel sopportare lo scherno al quale i paesani lo sottoponevano. Una volta scoperto che Suamica era morta di paura, fu facile dedurre che anche Cuoniceo era un bluff, le due creature che erano rispettate perchè incutevano timore essendo in odore di magheria, furono oggetto di dispetto, l’una nel ricordo, l’altro nel quotidiano, uno di questi scherzi doveva costare a CUONO i calcagni fracassati e fu fortunato, il programma non arrivò al terzo atto. Era ben calcolato, i paesani ormai sapevano che Cuono aveva paura del Diavolo e così, a mezzanotte in punto, un’ombra che faceva petardi e friggeva fili di stelle luminose si presentò alla sua casa e Cuono fece un balzo di venti metri. Ma questo doveva succedere, per il momento le due creature che mettevano le reti al Perciato, incutevano ancora timore. Timore ed antipatia Cuono l’aveva per l’acqua, quando Suamica diceva:

“Mi faccio un bagno”

……… “e ti bagni tutta ‘“

Lui era maestro nel mettere le reti, via terra, da una punta all’altra di una insenatura, le reti lo seguivano in processione di pietra in pietra, neppure una goccia di mare lo aveva lambito, asciutte anche le sue scarpe crettate di vernice nera. Naturalmente neppure per sbaglio rimaneva un pesce, Cuono calava le reti di giorno, a sole pieno, le reti azzurrine di nailon riflettevano la loro presenza, anche il più distratto dei pesci non cadeva nella trappola mortale.

“Che importa. Calo le reti così il cane fa una girata”

Il cane era l’unica creatura che gli mostrava affetto e ancora più stupefacente aveva scoperto in lui la capacità d’amare. Da non credere lui amava: Amava una bestia che non giovava a niente e nessuno. Un cane che non era neanche suo. Scopriva che la compagnia che si scambiavano giovava a tutto e tutti. Questo cane di nome Orso sarà ucciso perchè aveva mangiato un pulcino. Vivendo con la bestia era diventato più cristiano, la compagnia del cane gli giovava più del gatto che mangiava topi, più della carne di vitello, più del coscio d’agnello, più delle uova della gallina, più del latte della mucca, la compagnia non aveva fine, appena apriva gli occhi, incontrava gli occhi del cane che lo interrogavano cercando di indovinare di che programma avrebbero rivestito la giornata, che poi era sempre lo stesso, la visita a Suamica, una visita che cominciava all’alba e finiva un’ora dopo il tramonto, prima che venisse la notte. Strada facendo Cuono cercava, raccoglieva, trovava regali e sorprese per Suamica.
Per questa Suamica, travagliava forse di più di quando aveva la mucca, come prima colazione mangiava anche due chili di fichi d’India e non essendo mucca li gradiva sbucciati, freschi, appena colti, e, non essendo mucca le scocche più belle le infilzava nei chiodi alle pareti e Cuono bontà sua ne raccoglieva di nuovo, ormai aveva imparato a sue spese, non un dito era stato risparmiato dagli aghi invisibili, quali Suamica mangiava e quali appendeva e ancora non aveva deciso se preferiva sentirsi dire…..BUONIIIIII, o, BELLIIIIIII. Era anche confuso al paese suo, bello, voleva dire buono. E non essendo mucca Suamica, infine, non era riuscita a produrre neppure un litro di latte per la picciridda nigra che scottava come piombo fuso e odorava di zolfo, anzi, non aveva voluto allattarla abbandonandola nelle sue braccia:

“Tu Cuono le farai da balia, il latte non ti manca”

Il latte era quello della mucca zoppa, zoppicava per una corda che aveva inciso ad anello la zampa incorporandola nella viva carne, un programma preciso di Cuono, con questo, chiamandolo sistema, poteva dominare ed essere rispettato da quella bestia che pativa temendolo, altrimenti sarebbe stato incornato e ucciso da una sola cornata, la mucca che covava odio e vendetta verso il suo padrone era furiosa come un toro. Invece si lasciava mungere. Cuono era un sapiente, ovvero sapeva e ciò che non sapeva l’indovinava, mai chiedeva spiegazioni o faceva domande, ignorava IL PUNTO INTERROGATIVO con due sole eccezioni : o per “ironia” o per “sorpresa”. Conosceva invece e perfettamente IL PUNTO ESCLAMATIVO, con questo punto chiudeva le ghirlande dei suoi discorsi, brevi o lunghi che fossero…..

“Quale è il tuo nome ?”

“CUONO DE LOSA ! ma, non mi chiamare !”

Non era neanche necessario chiamarlo, gironzolava sempre a qualche metro di distanza e come abbiamo detto indovinava, così precedeva i tuoi desideri, le tue necessità, e se si divertiva li eseguiva più veloce dei tuoi stessi pensieri. Il ritorno dalla marina non aveva varianti, la pesca miracolosa consisteva nel ripescare le reti che non si fossero incocciate nelle pietre, a volte c’erano squarci irrimediabili, si, perchè nè Cuono nè Suamica sapevano rifare la maglia, ricucivano con frinzelli che persino le cecoline vedevano a distanza.
Anche quel giorno la pesca era stata magra, di grasso solo le piccole seppie trovate per caso, ma Cuono e Suamica erano soddisfatti, come il solito, avevano pescato molto di più che pesci, qualcosa che sarebbe durato molto, molto di più di un pasto e giorni, la digestione.

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