“I Colori della Terra. Ad Alicudi, la casa di una pittrice come manifesto di un’architettura autoctona che sta scomparendo.”
Articolo pubblicato sulla rivista dell’arredamento “Interni”, #460 del maggio 1996
A metà strada tra il mare e la montagna, c’è una casa -‘firmata’ dai sassi levigati provenienti dalla spiaggia- che, sull’ingresso, porta incisa una data: 1910.
Dentro, però, il tempo si è fermato agli anni Cinquanta, all’epoca cioè in cui Alicudi si raggiungeva -come ha fatto la padrona di casa, la pittrice di origine fiorentina Isabella Galligani Pandolfini- con una piccola imbarcazione, un attracco di fortuna e un lume a petrolio, perché in questa ultima isola delle Eolie la luce elettrica è arrivata solo nel 1990.
Oggi -secondo Isabella Galligani Pandolfini- “ad Alicudi regna il conformismo portato dal turismo, le pergole d’uva hanno lasciato il posto ai cannizzi per ripararsi dal sole o alle bouganville che fanno tanto Forte dei Marmi”.
Sono spariti anche i grandi geranei rossi a palla che si impadronivano delle cosiddette ‘mannare’, antichissime grotte di pietra, destinate a ricovero degli animali, che adesso vengono riconvertite in aree di ristoro.
Ma, da un punto di vista architettonico, Alicudi resta molto interessante, con le sue case tipiche, ad un piano, dai tetti fatti di canne, calce e sassi, smussati ai bordi a formare una cornice rialzata che funge da catino per la raccolta dell’acqua. Queste case hanno tutte le facciate colorate -in tonalità ocra, pompeiano, azzurro- ma non bianche, perché rigorosamente bianchi sono i ‘pulera’ (pilastri intorno ai quali avviene la battitura dell’orzo), riverniciati dopo ogni stagione di raccolto, come le panche di pietra che li collegano. Sono case senza finestre in quanto le porte-finestra si adattano meglio all’esigenza di introdurre sacchi di orzo, capperi, olive nelle stanze di lavoro e di vita quotidiana dei contadini.
Ma la casa più bella è quella in cui vive e lavora Isabella Galligani Pandolfini, che ha appena terminato di scrivere un libro-denuncia delle volgarità subite negli ultimi decenni da quella che lei definisce *lisola inginocchiata”.
La sua casa resta un esempio autentico di architettura eoliana, precisa, povera, rigorosa e in un certo senso atipica, perché si sviluppa su due livelli, con le camere al piano superiore e un balcone lungo dieci metri che guarda verso il mare.
“Mi sono semplicemente limitata ad abitarla, recuperando quello che c’era”, spiega.
Il centro della casa è ancora la grande cucina con i forni a cupola e l’acquaio ricavato in una nicchia. Sono state conservate le porte e le scale originali in legno. Quella che era la falegnameria è diventata la stanza della pittura. Le grandi trasformazioni sono poche. Le ceramiche di recupero, dipinte a mano, che disegnano il pavimento, i colori in polvere che donano una patina vissuta ai muri, il ‘tronetto’ di mattonelle che chiude la buca del bagno. I mobili sono spesso frutto di un ready-made. Come il grande tavolo sulla terrazza, la cui storia è curiosa.
“Quando è arrivata la luce elettrica sull’isola -racconta la padrona di casa- sono stati portati, con gli elicotteri, dei grandi rocchetti su cui erano arrotolati i cavi. A lavori conclusi, si è compreso che sarebbe stato più oneroso riportarli indietro… ed è così che mi sono ritrovata questo singolare tavolo da pranzo”.
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